Counseling

Introduzione alla carta di Assago

Intervento al settimo convegno nazionale di Assocounseling 

“Oltre Antigone e Creonte”- Milano, 18-19-20 Marzo 2016

Molti di noi, almeno una volta nella vita, hanno ricevuto in regalo o acquistato un puzzle.

Un puzzle comprato in un negozio è tutto contenuto in una scatola, sulla scatola abbiamo l’immagine finale e siamo certi che con costanza e impegno, arriveremo lì, possiamo verificare costantemente il nostro operato e sappiamo che ogni pezzo, prima o poi, finirà al suo posto.

Non è accaduta la stessa cosa quando abbiamo deciso di avvicinarci al counseling, non è accaduto quando ci siamo iscritti ad un corso, ancora meno quando abbiamo cominciato a sederci davanti ad una o più persone.

Ho buone ragioni per credere di non essere stata l’unica a trovarmi nella situazione di avere una scatola e sapere che c’e un puzzle da comporre, avere la consapevolezza che non si tratta certamente di bambi a pezzi giganti, ma di uno di quei puzzle che sarebbe meglio comporre in compagnia degli zii o di mamma e papà, (tipo New York in 3d) perché intuisci che ci vorrà del tempo, soprattutto perché ti manca un’indicazione fondamentale: l’immagine finale da ricomporre stampata sulla scatola …

Ed è a quel punto che realizzi di essere invitato a stare dentro un processo e a goderti il viaggio. Hai dei pezzi a disposizione, alcuni ti sembra valga la pena mantenerli e incastrarli con altri, li accosti, li scosti, li riordini e ciò che emerge è che con gli stessi pezzi, di volta in volta, puoi dar vita a tante immagini, più o meno perfette e che il rischio che ti manchi un pezzo per rendere un’immagine completa e coerente, può diventare alternativamente molto frustrante o fonte di grande ispirazione.

Allora viene da chiedersi : quanto lavoro tocca fare a noi counselor prima di arrivare alla nostra meta? Quanto dovremo lavorare ancora per definire questa identità? E mentre lo dico mi sorge il dubbio che la mia domanda sia obsoleta e retorica, per almeno

Due buone ragioni:

La prima risiede nella personale convinzione che ogni professionista dovrebbe accostarsi al proprio puzzle rifiutandosi di replicare un’immagine stampata su un cartone, non solo i counselor!

La seconda riguarda la fiducia nel fatto che, immagini individuali e collettive, generano apprendimento e che il movimento che ne deriva diventa uno stimolo per riflettere e rendere le nostre azioni una base imprescindibile per l’epistemologia professionale.

Negli ultimi tempi mi sono appassionata alle teorie di Donald Shon, professore emerito Ford International, sul professionista riflessivo. Sostanzialmente Shon afferma che i professionisti migliori sanno più di quanto riescano effettivamente ad esprimere e che questa forma di sapere emerge chiaramente nelle sfide che i professionisti affrontano quotidianamente nel proprio lavoro e alle quali rispondono con una forma di improvvisazione e adattamento che deriva dalla pratica e da una conoscenza tacita, piuttosto che dal sapere accademico. Prendiamo per esempio, un jazzista durante una jam session, che improvvisa mescolando strutture acquisite con risposte immediate e lo fa nel corso dell’azione, rendendo quel momento unico, spontaneo, intuitivo. Tutta la conoscenza si riversa nell’azione in modo implicito e allo stesso tempo la conoscenza si modifica per adattarsi alla situazione.

Nella sua attività di ricercatore e consulente, Shon ha centrato gran parte delle sue riflessioni sul superamento della dicotomia tra il pensiero e l’azione, tra il sapere e il fare, tra il decidere e l’attuare cercando di dimostrare come tutte queste dimensioni siano presenti nello stesso momento e dovrebbero guidare il professionista verso un’azione consapevole.

Ha anche evidenziato come in tutti i settori si sia verificato un fallimento della “razionalità tecnica” ovvero il fallimento della pretesa che ogni cosa prenda la forma di un “protocollo” legittimato da standard generali.

Questo assunto ha mostrato e continua a mostrarci , tutta la sua fragilità, nel momento in cui i professionisti di ogni settore si sono scontrati con i primi fallimenti e con la realtà sempre più complessa e imprevedibile.
I professionisti non possono limitarsi ad applicare criteri “oggettivi”, ricostruendo un’immagine fissa, ma devono essere in grado di leggere i contesti e di confrontarsi con le proprie azioni in ogni situazione attuando quella che Shon definisce un mix tra la “conoscenza nell’azione” e la “riflessione in azione”. L’azione possiede quindi una sua intelligenza e legittimità che è autonoma per quanto non separata dal sapere accademico. Perché è proprio nell’azione che valutiamo, tra le tante cose, la pertinenza del sapere a quella situazione concreta e, se necessario, quel sapere viene sacrificato in nome dell’esperienza concreta.

Ma perché vi sto parlando di questo?

Perché in questi ultimi tre giorni, abbiamo cercato, insieme, di dare risposte a tutte queste dimensioni e lo abbiamo fatto in un modo che ci contraddistingue che è l’amore per la narrazione, per la dignità del pensiero e delle parole che restituiscono senso alle nostre esperienze. Quella forma di pensiero che non è data semplicemente dalla nostra rete neuronale, dal calcolo, o dal sapere razionale, ma attraverso il confronto abbiamo cercato di mettere in parole anche il gesto spontaneo, simile a quello che orienta e guida il vasaio che da forma al vuoto e che non trova certo la sua cittadinanza nel sapere accademico, se non nella sua forma primaria.

In questi giorni siamo stati protagonisti di un evento straordinario: Counselor, Psicologi e Psicoterapeuti insieme uniti dalla volontà di condividere una forma di sapere che nasce dalla narrazione e che si sviluppa e amplia la sua prospettiva nell’intreccio del racconto altrui, fino ad arrivare ad una comprensione ancora più profonda che trova la sua sintesi, di questo momento, nella carta del counseling.

Sottolineo di questo momento, perché questa carta condivisa è da intendersi, dal mio punto di vista, come un sistema estremamente dinamico, come lo stimolo ad intraprendere un percorso di costante riflessione nell’azione e a compiere lo sforzo a tradurlo, di volta in volta, in racconto condiviso.
La carta di Assago è un primo importante passo, in termini di metodo e contenuti, perché nasce da una condivisione alla pari e il suo risultato più grande, accanto alla formulazione finale, è dato dal processo che abbiamo sostenuto per arrivare alla sua definizione. Un processo democratico, coerente, inclusivo e rispettoso delle diverse sensibilità.

Quello che auspico è che la nostra categoria professionale non arrivi mai a trincerarsi dietro un sapere meramente tecnico e protocollato e, interpreto tutto quanto è emerso, in questi giorni insieme, come una rivoluzione e una risposta gentile, alla tendenza sempre più diffusa di utilizzare la parola per trasformarla in informazione tecnica e sterile, in cui spesso si cerca di forzare la lettura dei processi per farli rientrare in certezze prestabilite. Questi tre giorni sono anche la risposta a chi privilegia la funzione strumentale del linguaggio anziché valorizzarne la funzione di sorprendente rivelazione. Mi riferisco ai tanti blog, articoli, proclami che ci hanno visto protagonisti di una campagna diffamatoria subito dopo la sentenza del TAR di cui tanto abbiamo discusso, parlato e più o meno segretamente “sofferto”, non solo in questi giorni. Mi riferisco ad una parte, fortunatamente solo una piccola parte, degli psicologi italiani che hanno relegato il confronto sul livello dell’informazione, peraltro spesso artatamente manipolata, trincerandosi dietro false certezze, rinunciando all’impatto evolutivo che la parola possiede per tutto il genere umano, l’impatto che deriva dal suo intento più nobile che è quello generativo di possibilità e di incontro autentico, una base inalienabile per ogni professionista che coltivi l’ambizione di rapportarsi all’alterità.

Penso profondamente che il futuro del counseling in Italia sia strettamente connesso al potenziamento della nostra capacità di generare un pensiero critico e una riflessione sulle nostre azioni e di saperle condividere con onestà, osservando senza giudizio, i limiti e gli errori commessi, così come i successi e le potenzialità. Il futuro del counseling è affidato alla generosità che saremo in grado di sviluppare, consapevoli del fatto che condividere la conoscenza genera valore, un valore molto più potente ed evolutivo di quello dato dal trattenere scoperte e intuizioni per paura di perderne la genitorialità, e la dimostrazione è oggi, grazie a questo convegno, sotto i nostri occhi.

Il capitale intellettuale, il bagaglio delle esperienze, la curiosità e le scoperte sono esperite e coltivate dal singolo ma dal mio punto di vista devono considerarsi patrimonio dell’umanità.

Nel 1975, Pasolini in un articolo pubblicato negli scritti corsari, parla della “scomparsa delle lucciole” e utilizza questa metafora per denunciare un periodo culturalmente misero di innocenza e umanità.

Le lucciole, per le loro caratteristiche, offrono aperture improvvise e spazi illuminati e intensi, mi piace pensare a noi qui oggi nell’equinozio di primavera, come a lucciole che si muovono nel buio, che si illuminano per ricordare una forma di resistenza alla cultura, al rifiuto del linguaggio sterile e di tutti gli stereotipi, una forma di resistenza a protezione della dignità di pensare e di esprimere parole che creano relazioni e storie personali e professionali.

Last modified: 6 aprile 2018

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